Sergio della Valle

LA FACOLTA’ DI INGEGNERIA DI NAPOLI

Cenni storici

La Scuola di Ingegneria napoletana, che fa oggi parte dell’Università di Napoli intitolata a Federico II, imperatore svevo e re di Sicilia che la istituì nel 1224 (seconda in Italia e terza in Europa), è tra le più antiche d’Italia, e vede le sue origini dirette nella Scuola di Applicazione per Ingegneri di Ponti e Strade, creata a Napoli da Gioacchino Murat sul modello dell’Ecole Polithecnique francese nel marzo del 1811, durante l’occupazione francese del Regno. Nei due secoli precedenti, infatti, la preparazione di figure professionali specificamente tecniche era stato appannaggio delle scuole militari, nonostante la presenza di numerose cattedre di Matematica, Geometria, Meccanica istituite presso l’Università di Napoli. La Scuola aveva fatto seguito all’istituzione, sempre da parte del Murat, del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade, che erano incaricati "dei travagli relativi alla costruzione, riparazione e mantenimento delle regie strade e loro diramazioni; de’ Ponti, e canali di navigazione, di irrigamento e di disseccamento; de’ pubblici acquedotti; della navigazione de’ fiumi; del regolamento e dell’arginazione de’ fiumi e torrenti; delle bonificazioni e di tutti gli altri travagli idraulici" di pertinenza del Ministero dell’Interno. Essa fu inizialmente aperta alla frequenza di soli dodici allievi, ai quali erano richieste conoscenze di matematica, di statica, di disegno, di latino e francese. La sua prima sede fu nell’ex convento di S. Maria del Caravaggio dei Padri Scolopi, al largo Mercatello (oggi Piazza Dante).

La Scuola di applicazione per Ingegneri di Ponti e Strade ebbe, con tale originario nome, vita breve, venendo soppressa subito dopo la restaurazione borbonica del 1815, ma già nel 1819 fu rifondata come Scuola di Applicazione di Ponti e Strade. Il nuovo statuto riduceva a due i tre anni di studi previsti dal precedente ordinamento. Essa trovò inizialmente sede, insieme al Ministero dei Lavori Pubblici e la Direzione di Ponti e Strade, da cui dipendeva, nel nuovo edificio "de’ Ministeri" (oggi Palazzo municipale), spostandosi successivamente a Palazzo Gravina (oggi sede della Facoltà di Architettura). Nel 1834, nell’ambito di una riorganizzazione delle competenze professionali delle varie tipologie di tecnici preparati dalle scuole del Regno, veniva stabilito che gli studi compiuti nella Scuola di applicazione di Ponti e Strade davano diritto anche alla laurea in architettura civile, il conferimento della quale veniva tolto all’Università.

Mentre si costituivano le Scuole di Applicazione a Torino e a Milano (i futuri Politecnici) e le Università acquisivano un ordinamento omogeneo, la Scuola, divenuta nel frattempo Scuola d’Applicazione degli Ingegneri del Genio Civile, nel 1863 passava alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione, ed assumeva il nome di Regia Scuola di Applicazioni per gl’Ingegneri, staccandosi così, dopo cinquant’anni, dal Corpo degli Ingegneri dello Stato. A quest’ultima veniva applicato il Regolamento dell’omonima Scuola di Torino, che ne riservava l’ammissione ai laureati in Matematica, e ne fissava la durata degli studi in due anni. La sede della Scuola veniva stabilita nell’ex convento di Donnaromita, nei pressi dell’Università. Successivamente, alla fine del secolo, gli statuti delle Regie Scuole di applicazioni per gli Ingegneri in Italia, ormai unificati, stabilivano che potessero essere ammessi studenti muniti di licenza Fisico-Matematica, e che i corsi avessero durata triennale, conducendo al conseguimento del titolo di Ingegnere civile ovvero di Architetto; è questa l’origine dell’ordinamento, di fatto ancora vigente, che vede gli studi di Ingegneria suddivisi in un Biennio propedeutico seguito da un Triennio di applicazione. Fecondo per lo sviluppo didattico e scientifico della Scuola napoletana fu il periodo dalla fine degli anni ottanta al primo decennio del nostro secolo ad opera di eminenti studiosi quali il professor Fortunato Padula, primo Direttore della Scuola, il professor Ambrogio Mendia, suo successore, il professor Achille Sannia, successivo direttore ed ordinario di Geometria descrittiva, il professor Guido Grassi, fondatore nel 1887 della Scuola di Elettrotecnica, il professor Gaetano Bruno, ordinario di Costruzioni Idrauliche e fondatore, nel 1901, della Scuola di Ingegneria Industriale e Navale. Sugli sviluppi conseguiti in tale periodo dalla Scuola partenopea, appare interessante la lettura della presentazione della Scuola in occasione dell’Esposizione Internazionale di Torino, dedicata al progresso scientifico e industriale.

Nel 1905 la Scuola di Applicazione per gl’Ingegneri di Napoli si trasforma in Scuola Superiore Politecnica, con la contemporanea istituzione di una Sezione Navale, e la ripartizione della già esistente Sezione Industriale nelle sottosezioni Elettromeccanica ed Elettrochimica.

A seguito dei lunghi e complessi lavori di riassetto urbanistico ed edilizio della zona, intorno al 1920, la Scuola Superiore Politecnica acquisisce la sua nuova sede principale al n. 16 di via Mezzocannone, sede mantenuta fino agli anni sessanta.

Col nuovo ordinamento dell’Istruzione Superiore del 1923, la Scuola si costituiva in Regio Istituto Superiore d’Ingegneria, autonomo, suddiviso in quattro Sezioni corrispondenti ad altrettanti titoli di laurea; la Sezione Industriale veniva a sua volta suddivisa nelle sottosezioni Chimica, Elettrotecnica e Meccanica. Il difficile compito dello sviluppo didattico e scientifico della Scuola, unitamente a quello del mantenimento della sua autonomia, non solo amministrativa e didattica, ma anche di pensiero, restò affidato al professor Udalrigo Masoni, che lo svolse fino al 1928, per ben 19 anni. Ne continuò l’opera il professor Giuseppe Campanella, suo successore nella direzione, che introdusse nella Scuola napoletana, tra le prime in Italia, un corso di Costruzioni in cemento armato; al professor Campanella ed ai professori Francesco Giordani e Girolamo Ippolito si deve, tra l’altro, la creazione della Fondazione Politecnica per il Mezzogiorno d’Italia, tuttora operante.

Nel 1933, infine, a seguito della nuova legge sull’Istruzione Superiore, il Regio Istituto Superiore d’Ingegneria di Napoli diveniva a totale carico dello Stato; due anni dopo, contrariamente a quanto accadeva alle omonime Scuole di Milano e Torino, trasformate in Politecnici, l’Istituto perdeva definitivamente la sua autonomia, venendo aggregato per legge alla Regia Università (così come l’Istituto di Architettura) come Facoltà di Ingegneria. Nello stesso anno si fissava la durata degli studi in Ingegneria in cinque anni, suddivisi in un biennio propedeutico ed un triennio di applicazione, e si stabiliva che il titolo di ammissione agli studi fosse il diploma di maturità classica o scientifica.

Impossibile ricordare in questa sede tutti gli insigni studiosi che negli anni trenta hanno prestato la loro opera di docenti nella Scuola d’Ingegneria napoletana; valga per tutti citare Francesco Giordani, Camillo Guerra, Umberto Nobile, Marussia Bakunin, Pericle Ferretti, Girolamo Ippolito, figure che hanno contribuito significativamente al progresso scientifico e tecnologico del nostro Paese in quegli anni travagliati, nei quali, tra l’altro, le politiche autarchiche imponevano ai tecnici l’invenzione ed il rapido sviluppo di nuove ed adeguate tecnologie industriali.

Un ulteriore riordino degli studi si ebbe nel 1938, quando si distinse il triennio di applicazione in sei Sezioni, che davano luogo ad altrettante lauree: in Ingegneria Civile (sottosezioni Civile, Idraulica, Trasporti), Industriale (sottosezioni Meccanica, Elettrica, Chimica, Aeronautica), Navale e Meccanica, Chimica, Aeronautica, Mineraria. Primo preside della neonata Facoltà fu il professor Alfonso Maffezzoli, al quale succedeva, nel 1939, il professor Enzo Carlevaro. Nonostante i gravissimi danni subiti durante il periodo bellico, e le successive requisizioni alleate, che costrinsero a spostarne la sede nell’ex convento di S. Marcellino, la Scuola napoletana non interruppe mai i suoi compiti istituzionali: il professor Guido Nebbia, preside dal 1943, al quale successero nel 1946 il professor Luigi d’Amelio, nel 1949 il professor Mario Glejeses e nel 1952 il professor Adriano Galli, ne curarono in quegli anni la ricostruzione e la rifondazione, riprendendo tra l’altro l’idea di una nuova e più idonea sede per la Facoltà.

La costruzione della nuova sede della Facoltà di Ingegneria, progettata dai professori Adriano Galli e Luigi Cosenza, ebbe inizio nel gennaio del 1956. La nuova sede, realizzata sotto la guida del professor Luigi Tocchetti, preside dal 1956 al 1967, fu inaugurata nel 1965. Al professor Tocchetti successero alla guida della Facoltà i professori Viparelli, dal 1970 al 1971, e Raithel dal 1971 al 1973.

Nell’ultimo trentennio la Facoltà di Ingegneria napoletana, pur nelle difficoltà conseguenti al rapido passaggio dall’Università di élite a quella di massa, ha saputo mantenere vive le tradizioni culturali ed il prestigio che da quasi due secoli storicamente le competono, anche adeguando la propria attività scientifica e didattica alla rapida evoluzione tecnologica, tipica di questi anni. Tanti i docenti che hanno contribuito a questa fase di modernizzazione della Facoltà; per tutti loro possiamo ricordare i professori  Leopoldo Massimilla, preside della Facoltà dal 1973 al 1979, Ferdinando Gasparini, preside dal 1979 al 1982, Oreste Greco, preside dal 1982 al 1990, Gennaro Volpicelli, preside dal 1990 al 1999, Vincenzo Naso, preside dal 1999 al 2005, Edoardo Cosenza, preside dal 2005 al 2010. Dal luglio 2010 il preside della Facoltà è il prof. Piero Salatino.

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