Umberto Eco, Il nome della rosa

Il romanzo

Il nome della rosa è un romanzo storico pubblicato da Umberto Eco nel 1980 ed è ambientato nell’Italia settentrionale alla fine dell’anno 1397. I protagonisti sono Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese e il suo allievo Adso da Melk. Entrambi sono appena giunti in un monastero benedettino per partecipare ad un incontro diplomatico tra i rappresentanti dell’Imperatore Ludovico il Bavaro e quelli del Papa. Mentre si attende l’inizio del convegno, l’abate del monastero incarica Guglielmo, che in passato ha fatto parte dell’Inquisizione, di indagare sulla morte inspiegabile di uno dei monaci, Adelmo da Otranto. A questa morte, ben presto se ne aggiungeranno altre e Guglielmo si troverà ad indagare in un ambiente inquietante dove addirittura si vocifera che le morti siano commesse dall’Anticristo in persona.

Il romanzo di Eco presenta vari livelli di lettura, tra cui quello più immediato è quello del giallo deduttivo. Il nome stesso del protagonista richiama un romanzo di Conan Doyle e viene addirittura utilizzata una variante di un espediente classico del giallo: il delitto della camera chiusa dall’interno.

Ti presentiamo due brani dal romanzo: nel primo l’Abate mette al corrente Guglielmo del tragico e misterioso avvenimento. Nel secondo si vedrà come Guglielmo in poco tempo riescirà a dare una spiegazione all’accaduto.

I brani

Mi parve che l’Abate fosse soddisfatto di poter terminare quella conversazione tornando al suo problema. Prese dunque a raccontare, con molta prudenza nella scelta delle parole e lunghe perifrasi, di un fatto singolare che era accaduto pochi giorni prima e che aveva lasciato molto turbamento tra i monaci. E disse che ne parlava a Guglielmo perché, sapendolo gran conoscitore e dell’animo umano e delle trame del maligno, sperava che potesse dedicare parte del suo tempo prezioso a far luce su un dolorosissimo enigma. Si era dunque dato il caso che Adelmo da Otranto, un monaco ancor giovane eppure già famoso come grande maestro miniatore, e che stava adornando i manoscritti della biblioteca di immagini bellissime, era stato trovato una mattina da un capraio in fondo alla scarpata dominata dal torrione est dell’Edificio. Poiché era stato visto dagli altri monaci in coro durante compieta ma non era ricomparso a mattutino, era probabilmente precipitato durante le ore più buie della notte. Notte di grande tempesta di neve, in cui cadevano fiocchi taglienti come lame, che quasi sembravano grandine, spinti da un austro che soffiava impetuoso. Fatto molle da quella neve che si era dapprima sciolta e poi indurita in lamine di ghiaccio, il suo corpo era stato trovato ai piedi dello strapiombo, dilaniato dalle rocce contro cui aveva rimbalzato. Povera e fragile cosa mortale, che Dio avesse misericordia di lui. A causa dei molti rimbalzi che il corpo aveva subito precipitando, non era facile dire da qual punto esatto fosse caduto: certamente da una delle finestre che si aprivano per tre ordini di piani sui quattro lati del torrione esposti verso l’abisso.

“Dove avete sepolto il povero corpo?” domandò Guglielmo.

“Nel cimitero, naturalmente,” rispose l’Abate. “Forse lo avrete notato, si stende tra il lato settentrionale della chiesa, l’Edificio e l’orto.”

“Vedo,” disse Guglielmo, “e vedo che il vostro problema è il seguente. Se quell’infelice si fosse, Dio non voglia, suicidato (poiché non si poteva pensare che fosse caduto accidentalmente) il giorno dopo avreste trovato una di quelle finestre aperte, mentre le avete ritrovate tutte chiuse, e senza che ai piedi di alcuna apparissero tracce d’acqua.”

L’Abate era uomo, lo dissi, di grande e diplomatica compostezza, ma questa volta ebbe un movimento di sorpresa che gli tolse ogni traccia di quel decoro che si addice alla persona grave e magnanima, come vuole Aristotele: “Chi ve lo ha detto?”

“Me lo avete detto voi,” disse Guglielmo. “Se la finestra fosse stata aperta, avreste subito pensato che egli vi si era gettato. Da come ho potuto giudicare dall’esterno, si tratta di grandi finestre a vetrate opache e finestre di quel tipo non si aprono di solito, in edifici di questa mole, ad altezza d’uomo. Dunque se fosse stata aperta, essendo impossibile che lo sciagurato vi si fosse affacciato e avesse perduto l’equilibrio, non sarebbe restato che pensare a un suicidio. Nel qual caso non lo avreste lasciato seppellire in terra consacrata. Ma poiché lo avete seppellito cristianamente, le finestre dovevano essere chiuse. Perché se erano chiuse, non avendo io incontrato neppure nei processi di stregoneria un morto impenitente a cui Dio o il diavolo abbiano concesso di risalire dall’abisso per cancellar le tracce del suo misfatto, è evidente che il presunto suicida è stato piuttosto spinto, vuoi da mano umana vuoi da forza diabolica. E voi vi chiedete chi possa averlo, non dico spinto nell’abisso, ma issato nolente sino al davanzale, e siete turbato perché una forza malefica, naturale o soprannaturale che sia, si aggira ora per l’abbazia.”

In questo secondo brano, Gugliemo e Adso esaminano il luogo dove è stato ritrovato il corpo di Adelmo:

Proseguimmo lungo il lato sud: a destra l’albergo dei pellegrini e la sala capitolare col giardino, a sinistra i frantoi, il mulino, i granai, le cantine, la casa dei novizi. E tutti che si affrettavano verso la chiesa.

[è Adso che parla:] “E il nostro delitto ha a che fare con questa storia?”

“Delitto? Più ci penso e più mi convinco che Adelmo si è ucciso.”

“E perché?”

“Ti ricordi stamane quando ho notato il deposito dello strame? Mentre salivamo il tornante dominato dal torrione orientale avevo notato in quel punto i segni lasciati da una frana: ovvero, una parte di terreno, più o meno là dove si ammassa lo strame, era franata rotolando sin sotto il torrione. Ed ecco perché questa sera, quando abbiamo guardato dall’alto, lo strame ci è apparso poco coperto di neve, ovvero appena coperto dall’ultima di ieri, non da quella dei giorni scorsi. Quanto al cadavere di Adelmo, l’Abate ci ha detto che era lacerato dalle rocce, e sotto il torrione orientale, appena la costruzione finisce a strapiombo, crescono pini. Le rocce sono invece proprio nel punto in cui la parete del muro finisce, formando come una sorta di gradino, e dopo inizia la calata dello strame.”

“E allora?”

“E allora pensa se non sia più… come dire?… meno dispendioso per la nostra mente pensare che Adelmo, per ragioni ancora da appurare, si sia gettato sponte sua dal parapetto del muro, sia rimbalzato sulle rocce e, morto o ferito che fosse, sia precipitato nello strame. Poi la frana, dovuta all’uragano di quella sera, ha fatto scivolare e lo strame e parte del terreno e il corpo del poveretto sotto il torrione orientale.”

“Perché dite che è una soluzione meno dispendiosa per la nostra mente?”

“Caro Adso, non occorre moltiplicare le spiegazioni e le cause senza che se ne abbia una stretta necessità. Se Adelmo è caduto dal torrione orientale bisogna che sia penetrato in biblioteca, che qualcuno lo abbia colpito prima perché non opponesse resistenza, che abbia trovato il modo di salire con un corpo esanime sulle spalle sino alla finestra, che l’abbia aperta e abbia precipitato giù lo sciagurato. Con la mia ipotesi ci bastano invece Adelmo, la sua volontà, e una frana. Tutto si spiega utilizzando un minor numero di cause.”

Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, 1980

Esercitazioni

1. Comprensione

Il metodo investigativo
Ricostruisci i due ragionamenti di Guglielmo. Come arriva a capire che nel primo caso potrebbe trattarsi di omicidio? E perché nel secondo caso arriva invece ad una conclusione diversa?

Gli indizi
Quali sono gli indizi che convincono Guglielmo che l’ipotesi del suicidio di Adelmo sia più probabile?

2. Analisi

I personaggi
Nei due brani non viene fatta una descrizione esplicita dei personaggi di Guglielmo e Adso. Riusciresti a tracciare la loro personalità basandoti solamente su quello che dicono e fanno?

L’ambientazione
Il nome della rosa, oltre ad essere un poliziesco, è anche un romanzo storico ambientato in un monastero dell’anno 1327. Siamo quindi nel Medioevo. Individua nel testo le frasi da cui si possono dedurre il periodo storico e l’ambientazione.

3. Produzione

I personaggi
Descrivi quali analogie e differenze ci sono con gli altri investigatori presentati in questo libro, come Sherlock Holmes, oppure uno a scelta tra Poirot, Maigret, o Dupin.

L’opera
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